[Rassegna Stampa] Venezia, il ponte dell’Accademia e l’innovazione possibile

da: 4marketing del 21 dicembre 2011

L’idea è molto semplice. Ci sono due parapetti. In ogni parapetto del nuovo ponte dell’Accademia fili d’acciaio verticali su cui si infilano cubi di alluminio chiamati e brevettati come ‘dadò™’. Cubi con quattro facce in cui può essere inciso un nome, un codice, un messaggio e un numero che evocano ricordi e persone e richiamano aree web gestite come scatole del tempo dove depositare ricordi ed emozioni vissute in quel luogo così legato all’amore che è Venezia. Cubi che, con leggere sfumature di grigio, roteando su se stessi richiamano i gesti della preghiera dei templi tibetani e allo stesso tempo i movimenti e i colori dell’acqua sottostante. In tutto sono 640 mila le possibilità di lasciare impresso un ricordo per sempre sul primo ponte accessibile a Venezia (Calatrava sta ancora aspettando).

Un ponte di tutti. Un ponte creato dalle persone per le persone. Ogni giorno su quel ponte passano dalle 11 mila alle 14 mila persone che vivono una esperienza memorabile: quella di visitare e vivere Venezia. Persone che spesso vengono in luna di miele o fanno il viaggio della loro vita. Che sarebbero volentieri disposte a legare il proprio nome in modo indissolubile e per sempre alla città pur di evocare quei ricordi.

Senza parlare dei cittadini. Quanti di loro scriverebbero la data di nascita del loro figlio o il nome della propria madre o la data del proprio matrimonio su quel ‘dadò™’? A quanto ci risulta molti. Tanto è vero che, al prezzo di 10 euro, la media d’acquisto per persona che emerge dalle analisi fatte si aggira tra i 3 e i 5 acquisti. Un break even point dell’operazione raggiungibile in 3,5 mesi capace di allarmare per il fatto che se l’operazione complessiva di realizzazione del ponte dura 24 mesi, gli “spazi di comunicazione” andrebbero riempiti almeno per una ventina di mesi… poco male. Sarebbe stato peggio il contrario, no?

Sono stato coinvolto da Maria Carla Schiavina, Leonardo Cuccoli e Gabriele Sereni, soci in questa iniziativa, nel momento in cui era necessario pensare a come costruire la community a sostegno del crowd funding. Come si poteva realizzare un meccanismo di micro-finanziamenti in cui al posto del “pochi che pagano molto” ci fosse il “molti che contribuiscono con poco” tipico della campagna elettorale di Obama del 2008? Ovviamente attraverso il web e i social: strumenti ideali per la diffusione di messaggi emozionali; strumenti perfetti per generare viralità e passaparola positivo; strumenti comodi per agevolare l’acquisto a livello mondiale.

A mio modo di vedere il fascino di questo progetto, semplice e geniale allo stesso tempo, sta nel fatto che si possa raccontare al mondo che, attraverso la comunicazione, si possono finanziare i “mattoni”, che attraverso l’intangibile si possa finanziare la cosa più tangibile che esiste. La vittoria della mente sul corpo. Del pensiero e della creatività sulla fisicità. Soprattutto in un momento in cui il settore edile sta sprofondando nella sua incapacità di reagire, di evolversi, di trasformarsi, dimostra come sia possibile andare oltre ai meccanismi a cui siamo abituati del “faccio mattone e vendo mattone”. Di inventarsi nuovi meccanismi di business e valutare nuove idee per finanziare il proprio lavoro. Insomma quello che tipicamente dovrebbe fare un vero imprenditore, ma che spesso in questo settore non paga quanto la capacità di saper gestire bene le proprie relazioni.

Il bando del comune, andato deserto per un paio di volte e poi passato in trattativa privata con la Schiavina, parlava di sponsorizzazione. Fino ad oggi si era riusciti a vedere come soluzione solo la presenza di qualche grosso imprenditore o di qualche azienda che, a fronte della presenza di maxi-cartelloni pubblicitari o concessioni di spazi per eventi cittadini, potesse sponsorizzare interamente o con qualche partner, l’intera opera. Ovviamente, dal punto di vista comunicazionale, questo genere di operazione non genera ricadute abbastanza significative da attirare ingenti investimenti in tale direzione, senza considerare l’impatto visivo su una città dagli equilibri delicati. Si potrebbe parlare in modo più appropriato di benefattori piuttosto che di sponsor. Diverso invece è l’approccio del ‘dadò™’! Un azionariato popolare. Facile da raggiungere se collegato ad aspetti umani ed emotivi. Un approccio non convenzionale che consentirebbe oltretutto di esporre la città ad una serie di appesantimenti estetici delle sue facciate storiche.

E poi i valori. Trasparenza, Condivisione e Amore, non sono solo parole buttate la. Sono supportate dai fatti.

La trasparenza sarebbe stata sia finanziaria che “edile”. Webcam costantemente aperte per garantire la visibilità dell’avanzamento lavori. Street View del progetto finale. Fondazione, anche per gestire le probabili e previste eccedenze provenienti dall’operazione, utilizzate dal comune su indicazione dei cittadini in stile e-democracy, per altre opere di ristrutturazione della città…

La condivisione è l’essenza del progetto e si traduce in un gesto semplice, da fare, da regalare per Natale, San Valentino o per il Compleanno, da sostituire alla cesta natalizia aziendale, da devolvere in beneficenza dedicandone uno spazio intero. Una condivisione che comprenderebbe anche il riciclo dei materiali del vecchio ponte in decadimento. Il legno usato per incentivare un concorso tra designer che volendo potrebbe trovare spazio espositivo anche alla prossima Biennale di Venezia. Spazio per giovani emergenti, magari ancora universitari, coerentemente con lo spirito innovativo del progetto.

L’amore è l’essenza di una città che attrae turisti da tutto il mondo. Sogno a volte proibito di gran parte della popolazione mondiale, soprattutto quella meno abbiente. Amore da rappresentare attraverso un Gesto semplice ma eterno e comunicato attraverso strumenti non convenzionali.

Insomma, un progetto che ha saputo riscaldare il cuore di molti. Tutti quelli che sono stati interpellati hanno contribuito in qualche modo a farlo crescere e si sono entusiasmati nell’apprendere i suoi valori, la sua semplicità e il suo spiccato contenuto innovativo.

Peccato che alla fine non sia stato compreso e che, almeno a Venezia, non potrà essere realizzato. Qui si potrebbe a lungo disquisire sulla visione e sulla lungimiranza della nostra classe politica e dirigenziale, ma si cadrebbe facilmente in discussioni che troppo spesso si leggono in questo periodo sui giornali. Dal mio punto di vista è e resta un progetto entusiasmante che troverà spazio in Italia o all’estero per essere messo in pratica e di cui sentiremo presto nuovamente parlare!

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